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La relazione d’aiuto nell’elaborazione del lutto

L’osservazione che la perdita comporta una fase di angoscia acuta, una disorganizzazione sociale, nonché la possibilità di una debilitazione a lungo termine, ha portato ad esaminare quali interventi professionali potrebbero venir offerti in queste situazioni e la figura dell’educatore, perciò, risulta fondamentale.

Esistono, a proposito, associazioni che seguono i parenti nella fase successivamente seguente il lutto e gruppi di mutuo-aiuto all’interno dei quali i genitori possono trovare conforto grazie alla presenza di persone competenti, in grado di aiutarle a superare questo difficile momento.

Un’ assistenza appropriata, perciò, offerta nel momento di insorgenza del lutto e per tutto il tempo che è necessario dopo che questo si è verificato, facilita un migliore recupero per la maggior parte delle persone, a differenza di quanto avviene per coloro che non lo ricevono.

Gli obiettivi principali degli operatori che cercano di aiutare le persone in lutto possono essere facilmente individuati. Essi sono:

offrire un “conforto umano e un sostegno basilare”;

incoraggiare l’espressione di afflizione in riferimento ai particolari bisogni ed alla situazione dell’individuo interessato;

promuovere il processo di partecipazione al lutto;

accettare che, laddove sia possibile, questa attività di partecipazione al lutto sia effettuata dai familiari più stretti e dalla rete sociale.19

La persona colpita da lutto è scioccata e tramortita dalla notizia della morte e questa è una reazione del tutto normale; come già sottolineato nei primi giorni o nelle prime settimane, rimane la convinzione della presenza del defunto e il pieno impatto della perdita non siano ancora percepiti.

In questo periodo iniziale i familiari si troveranno probabilmente ben supportati da parenti e amici, che potranno aiutarli ad eseguire le pratiche più immediate connesse alla morte, ma è proprio perché i familiari sono in genere protetti ed “organizzati” dagli altri che ci sono poche opportunità di affrontare, o anche solo di sperimentare, la realtà della perdita.

In questa fase, la realtà e l’esigenza di significato è come se fossero sospese, mentre gli avvenimenti si svolgono “automaticamente” attorno ai familiari in lutto. Essi continuano le attività ordinarie della vita di tutti i giorni, ma senza il significato che viene dall’impegnarsi o dal venir impegnato dagli altri.

Le attività, le pratiche, il funerale, l’interesse dei parenti e degli amici testimoniano che qualcuno è morto, ma tutto ciò viene percepito come irreale ed esterno rispetto alla loro esperienza personale: potrebbe quasi essere successo a qualcun altro.

Gradualmente le reazioni degli altri, la comunicazione di simpatia e di condoglianza, la partecipazione ai funerali e la crescente consapevolezza che il defunto non è più presente, possono confermare e rafforzare la realtà della perdita; la morte viene perciò riconosciuta, ma non ancora accettata.

Ogni educatore in contatto con persone colpite da lutto dovrebbe lasciare passare il primo periodo di tramortimento prima di fare qualsiasi tentativo volto a far riconoscere la perdita.

A questo stadio egli può aiutare nei problemi pratici, essendo comunque disponibile ad incoraggiare il riconoscimento e l’accettazione della morte quando la realtà della perdita affiora e non può più essere evitata.

Quando, successivamente, cominceranno a sperimentare l’assenza del defunto, l’operatore potrà essere d’aiuto in diversi modi:

1. I familiari in lutto possono essere risentiti: nei confronti del defunto perché li ha abbandonati, con gli altri che non possono colmare il vuoto e che non comprendono l’enormità della perdita, con Dio per aver lasciato succedere questa disgrazia, con il mondo che è caduto loro addosso e infine con se stessi per le cose che, quando il defunto era in vita, non hanno fatto e per le cose che non potranno più fare. I parenti e gli amici si aspettano e accettano la manifestazione di angoscia o tristezza, ma essi possono facilmente rimanere sconcertati di fronte all’espressione di rabbia o di irritazione nei loro confronti, reazioni queste che essi non possono comprendere e che percepiscono come ingiustificate, dato che loro non cercavano che di essere utili e di aiutare. L’educatore può invece tollerare questa collera, far capire al familiare, attraverso il suo atteggiamento e le sue parole, che le sue reazioni sono naturali ed accettate. Può inoltre offrire rassicurazioni che c’è qualcuno che non perderà il controllo e nemmeno si tirerà indietro. Per il familiare, avere la possibilità di condividere la sua rabbia con qualcuno che semplicemente non si mostra né scioccato né preoccupato, può aiutarlo a capire che non è cattivo, o speciale, spaventoso o distruttivo, solo perché si sente così. Anche il risentimento che il familiare in lutto può volgere contro se stesso, per reali o immaginarie manchevolezze nella sua relazione con il defunto, deve essere riconosciuto come un importante punto di interesse. L’operatore è in grado di accettare che le persone si sentano arrabbiate per il loro comportamento passato e di puntualizzare contemporaneamente che determinate cose, allora, non potevano essere previste oppure cambiate e che, pertanto, si sta rimproverando ingiustamente. Accettando la validità di qualche sentimento di collera diretto verso se stesso, l’operatore si colloca in una migliore posizione per controbattere quelle aspettative ingiustificate ed irrealistiche che danno origine a questo autobiasimo. La persona in lutto può essere aiutata ad esprimere la propria rabbia, a distinguere quella che è giustificata da quella che non lo è, nonché a sviluppare una qualche prospettiva che chiarifichi e ordini la massa di intensi e confusi sentimenti che questa prova. Ci può sempre essere del rammarico per le cose che non andavano nella relazione con il defunto, o per l’impazienza e l’incomprensione che possono aver provocato, in quest’ultimo, ulteriore angoscia quando egli aveva bisogno soprattutto di conforto e di amore. Comunque, la sostituzione della rabbia e dell’autobiasimo con la tristezza ed il rammarico può avvenire soltanto attraverso l’accettazione, da parte di se stessi e degli altri, della realtà di questi sentimenti e della possibilità di fare cose giuste ed insieme cose sbagliate che è tipica degli esseri umani nelle loro relazioni sociali.

2. L’operatore sociale può incoraggiare il riconoscimento della perdita, evitando di battere in ritirata o di esprimere negazioni. Gli amici possono rivolgersi alla persona colpita da lutto con espressioni di circostanza che realmente significano “Non c’è nulla che si può fare per risolvere il problema”; l’intero problema è troppo grande per poterlo esprimere in poche parole ed una diretta contemplazione della distruzione totale è personalmente troppo scoraggiante perché venga espressa concretamente. Spesso queste frasi, giudicate anche banali, evitano il riferimento alla irreversibilità della morte, si preferisce parlare di “perdita”, termine che non suona troppo male ed implica che qualcosa è stato smarrito, ma che può essere ancora ritrovato.

L’operatore sociale non può permettersi di mostrarsi spaventato e deve evitare di mantenere le distanze dalla persona in lutto, esprimendo affermazioni formali e vuote.

La semplice regola è quella di riferirsi al defunto in quanto morto, in termini che si riferiscono direttamente a quanto successo, con l’uso dei tempi verbali appropriati, con risposte che confermino la realtà piuttosto che accettare semplicemente la fuga del “non credere” o del “non voler cogliere” la verità.

Questa può sembrare una procedura brutale, ma è diretta ad incoraggiare la presa di coscienza della morte, la quale non può essere resa meno dolorosa, pensando che la perdita possa in qualche modo essere assorbita o attutita per il solo fatto di evitarne o ritardarne la consapevolezza.

L’operatore deve fare piazza pulita di ogni falsa protezione offerta dalla negazione della realtà; questo significa porre il familiare in lutto di fronte alla irreversibilità della morte usando, nei colloqui, riferimenti al defunto che è morto piuttosto che scomparso e non facendo alcun uso dei tempi verbali al presente o al futuro.

Questa procedura non è da intendersi come crudele o inumana, ma delicatamente correttiva, in quanto l’operatore risponde inflessibilmente in un modo che conferma, piuttosto che smentire, la realtà della perdita totale e definitiva: egli deve rafforzare quegli elementi che impongono il graduale riconoscimento che la morte è avvenuta e, solo a questo punto, potrà avere inizio il lavoro con i familiari in lutto.

E’ possibile, infatti, che la persona riconosca che la morte è avvenuta, ma eviti di accettare che il defunto non è più lì a continuare l’interazione e confermare la sua identità.

Il tentativo di mantenere tutto come era prima, di conservare vestiti ed effetti personali possono costituire anche una fonte di conforto se il familiare, allo stesso tempo, è in grado di accettare che queste misure rappresentano una tregua temporanea rispetto al “dover cavarsela da soli”.

Se, tuttavia, egli dimostra un’accettazione del fatto che il defunto è assente e una consapevolezza della propria solitudine, queste attività possono piuttosto dimostrare il suo rifiuto di capire che la morte è definitiva e che tutto è cambiato. Continui ed esagerati sensi di colpa, associati al bisogno di chiedere scusa, possono indicare un dissesto nell’identità personale, l’incapacità di riconoscere ed accettare i propri errori e le proprie imperfezioni, ed una grave dipendenza dal defunto per quanto riguarda ogni tipo di conferma o di sostegno all’autostima.

Se la persona in lutto sembra non accettare la realtà della perdita, ciò può dipendere dal fatto che, nella relazione con il congiunto scomparso, la persona non assegnava molto valore alla propria individualità e alla propria capacità e che il suo contributo alla costruzione di una realtà condivisa era pertanto marginale.

Un indicatore che la persona in lutto comincia a mostrare la propria accettazione della perdita è dato dal fatto che essa inizia a parlarne in termini di “morte” e di “solitudine personale”: quando la perdita diventa reale in questo modo, la sofferenza dell’essere soli e del dover far fronte ad ogni nuovo giorno senza il congiunto scomparso, comincia ad essere sentita ed espressa.

L’operatore, anche in questo caso, può così intervenire:

1. Dovrebbe continuare ad incoraggiare il riconoscimento e l’accettazione del fatto che il defunto è effettivamente morto, dunque definitivamente “perduto” per l’interazione quotidiana ed il suo significato.

2. L’operatore deve essere in grado di tollerare l’espressione di dolore e di rincrescimento che questa consapevolezza comporta e mantenere un atteggiamento di interesse e disponibilità ad essere accanto al familiare in lutto. Questo può suonare come una sorta di “far niente”, ma essere in grado di esprimere un pieno atteggiamento di interesse, è una faccenda molto seria e che richiede all’operatore una notevole autoconoscenza delle proprie reazioni circa la morte, il lutto, la perdita personale nonché la sua e l’altrui mortalità. Deve essere in grado di incoraggiare una progressiva accettazione della perdita e di facilitare l’espressione di sentimenti di rincrescimento, in quanto è molto improbabile che un tale aiuto possa giungere da altre fonti. Espletate le attività per organizzare il funerale e per sostenere i familiari in lutto nel primissimo periodo, i sistemi di supporto informali tendono a lasciare il campo: la persona può perciò trovarsi abbandonata, senza un effettivo aiuto. Il compito dell’operatore sociale è dunque quello di favorire ogni opportunità per la persona di riconoscere e di accettare l’ineluttabilità della perdita, nonché di facilitare l’espressione del dolore e del rincrescimento. Ogni naturale e spontanea tentazione di dare aiuto, facendo riferimento a tempi migliori nel futuro, a discapito di far fronte al dolore nel presente, ha come unico risultato di non far progredire la persona nel lavoro sul lutto. Un operatore che facesse simili osservazioni potrebbe anche essere percepito come non affidabile, nel senso che tali espressioni lasciano trasparire il suo desiderio inconsapevole di ritirarsi dal coinvolgimento e dalla condivisione della sofferenza; egli deve perciò senz’altro riconoscere che c’è ben poco conforto nel dover far fronte al domani e ad ogni altro giorno senza il defunto. L’operatore sociale deve quindi offrire un certo senso di stabilità, di continuità, di sicurezza in un mondo che non ha più né significati, né obiettivi: è solo in questo modo che qualche senso di conforto può venir efficacemente comunicato ed accettato.

3. Il processo di accettazione della realtà della perdita e del progressivo distacco dalla persona defunta, necessita che il significato della relazione e della realtà condivisa possano essere adeguatamente ripensati e collocati in un’appropriata prospettiva storica. I familiari in lutto saranno sempre desiderosi di parlare della vita passata con il defunto, ma nel fare questo, continueranno il lavoro di conferma che queste cose sono successe nel passato prima che i loro cari morissero. Facilitare questa conversazione è possibile in diversi modi: dimostrandosi disponibile, attento, interessato e reattivo, l’operatore comunica che egli accetta volentieri che si parli di questi argomenti e che è perfettamente legittimo farlo. Ancora una volta la comunicazione di questo messaggio è importante; i parenti e gli amici possono anche essere disponibili per l’ascolto, ma il bisogno della persona in lutto di soffermarsi sulle esperienze passate e su quello che loro hanno fatto insieme al defunto può portarli a mostrare, con dei sottili indizi, di essere impazienti o imbarazzati, o di voler evitare una piena interazione con la persona in lutto.20 L’atto di far parlare la persona in lutto della sua vita passata insieme al defunto può essere facilitato con semplici accorgimenti: guardando le fotografie, riferendosi a momenti di vita familiare, mostrandosi interessati a dei ritratti o a degli ornamenti, o a hobby comuni, insomma a tutto ciò che potrà essere connesso ad esperienze e attività condivise. L’operatore non dovrebbe, dunque, dimostrare soltanto di essere aperto e disponibile ad ascoltare, ma anche a partecipare attivamente, offrendo quegli stimoli che “aiuteranno la persona in lutto a raccontare la più completa storia del defunto”.21

L’obiettivo di questa strategia di rievocazione è quello di aiutare le persone in lutto a descrivere ciò che era la loro vita prima di subire questa perdita e di rendere chiaro il confine tra questa condivisione di vita e la nuova differente situazione cui essi devono far fronte.

La conversazione, evidentemente, colloca la relazione e le esperienze con il defunto nel tempo passato e da questo tipo di conversazione si possono trarre due ulteriori vantaggi:

1. I familiari in lutto possono ricordare gli aspetti positivi e gratificanti della loro relazione con le persone ora defunte: questo può rappresentare una fonte di sostegno attuale e futura ed una conferma che qualche cosa di significativo era stato in precedenza compiuto; ciò serve anche a rafforzare i sentimenti di autostima ed a superare l’atteggiamento di ostilità e di rancore che può intaccare l’interazione con parenti e amici.

2. Se i familiari in lutto hanno vissuto una relazione ambivalente oppure problematica con il defunto, possono sentirsi arrabbiati per quello che essi percepiscono come tempo sciupato, possono avere un basso livello di autostima e biasimare se stessi per errori presunti o anche reali. Mentre è facile che qualsiasi interlocutore, anche poco esperto, possa considerare un segno “salutare” e accettare che il familiare in lutto parli del defunto in termini positivi, è probabile invece che egli possa sentirsi meno pronto ad ascoltare espressioni di rancore o biasimo verso se stessi. Egli potrà fare di tutto per evitare l’approfondimento di queste tematiche oppure potrà assumere un atteggiamento di netta chiusura nei confronti del familiare che parla male della persona defunta o che si sofferma su aspetti sconcertanti del passato. Anche per la persona in lutto è difficile esaminare gli aspetti negativi di una relazione, assieme a parenti ed amici, dal momento che questi ultimi probabilmente desiderano conservare l’immagine che essi hanno del defunto e dimenticare difficoltà o conflitti per i quali essi ritengono che non possa essere fatto niente. La paura di venir percepiti come sleali, oppure di alienarsi gli amici ed i parenti, possono essere altri motivi che impediscono al familiare in lutto di esprimere ogni tipo di risentimento verso colui che è venuto a mancare. Essendo perciò l’educatore disponibile a prestare ascolto, quando invece gli altri non lo sono, a favorire la discussione sul defunto, quando gli altri considerano ciò una cosa malsana, e ad incoraggiare l’espressione tanto dei sentimenti positivi che di quelli negativi, è probabile che la persona in lutto sia aiutata nel riconoscere ed accettare la perdita subita: i defunti non vengono dimenticati, ma collocati nel passato, anche se la loro memoria è incorporata nella realtà presente.

Una volta che la persona in lutto comincia ad accettare la realtà della perdita subita, è probabile che inizi a sperimentare l’assenza di significato e il senso di inutilità: non c’è più il conforto che può derivare dall’obnubilamento iniziale o dal persistere negli abituali modelli di interazione.

Tutti i dettagli delle attività svolte congiuntamente dal marito e dalla moglie o dai genitori e dai figli, cessano di avere significato e si deve procedere ad un radicale cambiamento nelle ordinarie attività quotidiane; questa realtà si è frantumata, il mondo è divenuto un posto infido, la conferma dell’identità personale è stata annientata e le relazioni con gli altri devono venir ristabilite partendo da una base completamente differente.

Questo può essere il periodo più difficile tanto per la persona in lutto, quanto per l’operatore: per la prima perché ha “abbandonato” il defunto e non ha niente con cui sostituire la relazione perduta o ricostruire il senso degli obiettivi; per il secondo perché ha lavorato duramente nell’incoraggiare la persona ad accettare la perdita, con il risultato di ottenere, apparentemente, solo la più acuta tristezza, talvolta disperata.

Può essere in questo momento che l’educatore si sente più inutile e più incerto rispetto a ciò che deve fare mentre, a questo punto, le cose da fare sarebbero molte:

1. Può dimostrarsi semplicemente attendibile e fidato e ciò è particolarmente importante quando è la vita stessa che viene vista come inattendibile ed instabile e quando gli amici, talvolta anche i parenti, hanno cominciato a ritirarsi o ad essere incerti sul modo di aiutare.

2. Può dimostrarsi paziente e rifiutare di interrompere il contatto o di essere sopraffatto da quella che sembra una situazione disperata.

3. Può agire, per un breve periodo, come partner nell’interazione sociale, al fine di confermare il senso di identità della persona in lutto e la sua autostima. Questo comporta accettare la legittimità di ogni sentimento espresso e accettare la persona in lutto in quanto individuo e non come facente parte di una categoria da accostare con disagio e con paura: impegnando la persona nell’interazione sociale, ricordandole continuamente che non si sta comportando in modo anormale, essa sarà in grado di ricostruire gradatamente un nuovo senso di sé, proprio nel rapportarsi all’operatore come “altro significativo”.22

L’educatore, perciò, agisce come un “ponte”, una temporanea “controfigura”, fino quando la persona in lutto non avrà guadagnato sufficiente fiducia in se stessa per aprirsi all’interazione con le altre persone; è importante, però, che egli non diventi l’unica persona sulla quale, chi è in lutto, possa contare per avere garantite stabilità e continuità nel lungo periodo e, come afferma Raphael, “il counsellor della persona in lutto ha degli scopi ben definiti: uno di questi è di non diventare un sostituto della persona che è morta.”23

Le competenze dell’educatore

La rete di familiari e amici sensibili può essere sufficiente di per sé nell’aiutare le persone colpite da lutto; tuttavia il punto cruciale è che mentre gli operatori sociali hanno la responsabilità professionale di acquisire valide conoscenze e di agire in maniera appropriata, parenti ed amici non hanno questa responsabilità.

Essi possono essere scusati per il loro imbarazzo e la loro incertezza sul modo di accostarsi alla persona colpita da lutto, per i ben intenzionati, ma inutili commenti e per l’ansietà di fronte a qualcosa che è al di sopra delle loro capacità e che li porta in genere a reprimere l’espressione di sentimenti intensi; possono sentirsi compassionevoli ed altruisti, ma privi di conoscenze, fiducia ed autoconsapevolezza, tutti attributi che invece, normalmente, ci si aspetta di trovare negli educatori professionali.

Il lavoro sociale è altruismo praticato in maniera sistematica, autoconsapevole e supportato da un esplicito mandato sociale ed è questo tipo di altruismo che differenzia il lavoro dell’educatore dall’aiuto che si può ricevere attraverso le normali reti sociali.

Quindi la relazione d’aiuto professionale può divenire più proficua se basata principalmente sull’umanità che si manifesta quando una persona, molto semplicemente, si siede assieme ad un’altra e le offre apertamente conforto e comprensione.

Questo sembra apparentemente facile, ma per essere effettivamente in grado di offrire tale conforto e comprensione, l’educatore deve sviluppare quel grado di fiducia, di consapevolezza di sé e degli altri e quella capacità di mettersi allo stesso livello di persone disperate che gli rende possibile l’accettare e il tollerare questo grande dolore.

Al contrario, darsi da fare secondo il buon senso, far apparire le cose migliori di quello che sono o prospettare un futuro più roseo, impedisce alle persone colpite dal dolore l’immediato sentimento e l’espressione di dolore, ira e frustrazione.

Molta della responsabilità professionale dell’educatore, nella sua azione d’aiuto, fa perno sull’abilità di riconoscere e rifuggire la tendenza verso l’attivismo e l’ottimismo, quando invece la situazione richiede di affrontare il dolore e accettare la disperazione.

Perciò, per coloro che svolgono un’azione di counselling, l’empatia è un’abilità necessaria e questa pratica ha due funzioni: innanzitutto il counselor deve sperimentare la condizione delle persone colpite da lutto con tutta la miriade di sentimenti che accompagna la perdita; inoltre il counselor dovrebbe comunicare la propria comprensione della condizione e i suoi relativi sentimenti alla persona in lutto.

Non si può negare che risulta abbastanza difficile ammettere che un operatore possa sperimentare la condizione di una persona in lutto perché, se anche egli ne avesse sofferto in prima persona, la sua personale perdita non lo renderebbe necessariamente abile a sentire esattamente ciò che un altro sta sentendo.

Quindi la sfida per l’educatore sta nell’abilità di essere “vicino” alla persona colpita da lutto attraverso un’espressione di interesse e di comprensione: egli può sentire per e con l’altro, ma non può vivere l’esperienza dell’altro.

A questo punto, è possibile sintetizzare le componenti pratiche e teoriche del contributo degli educatori:

1) Necessitano di conoscere rispetto a:

ricerche empiricheconcernenti le reazioni della persona colpita da lutto e la specifica vulnerabilità di particolari gruppi di utenti;

l’interpretazione dei datiche fornisce l’intelaiatura teorica per dare significato alle informazioni raccolte;

il contesto organizzativo dell’interventoed i problemi di status, potere, responsabilità nella presa di decisioni, standard organizzativi e politica dei servizi;

le modalità di presentazione del sé, l’esperienza professionale e personale, gli atteggiamenti verso la morte e il significato spirituale del morire e del lutto.

2) Devono individuare l’oggetto del loro intervento in riferimento a:

l’individuo: il colpito da lutto;

il gruppo: il colpito da lutto, la famiglia, le reti sociale, le risorse comunitarie;

la collettività: l’intervento indiretto attraverso il cambiamento di atteggiamenti e l’intervento di sensibilizzazione sulla morte ed il lutto;

altri operatori professionali: il personale medico dell’ospedale e della comunità, il Servizio Sanitario, gli operatori sociali;

l’organizzazione: i processi decisionali e programmatori.

3) Devono agire in modo da essere percepiti come:

sicuri: non evitare la disperazione o minimizzare il dolore dell’altro;

attendibili: non ritirarsi, non assumere un atteggiamento giudicante o direttivo, ritornare se lo hanno promesso;

fidati: non mostrarsi allarmati, imbarazzati o incerti;

interessati: essere disponibili, attenti, pronti nelle risposte;

comprensivi: tentare di cogliere il significato di questa situazione e delle esperienze dell’individuo interessato.

4) Devono essere in grado di:

comunicarein modo verbale e non verbale con le persone e con i colleghi;

analizzare, scomporre un problema in elementi identificabili e trattabili;

consentirelo sfogo dei sentimenti senza timore di perdere il controllo;

accettarela collera, il dolore, la disperazione senza tentare di evitarli, minimizzarli, giudicarli;

spiegarele percezioni dell’utente, i bisogni e i sentimenti verso gli altri;

chiarificarei processi di interazione tra gli utenti e gli altri;

incoraggiarel’accettazione della perdita, l’intraprendere nuove relazioni, lo sviluppo del controllo e dell’autostima;

staccare il rapporto, porre obiettivi, accettare fonti alternative d’aiuto, accettare l’indipendenza, terminare il contatto.

Tutte queste abilità richiedono più in generale che l’operatore faccia grande attenzione ai problemi di significato, di interazione sociale ed al modo con cui la realtà viene percepita, costruita e confermata da sé e dagli altri.

L’elenco delle cose che un educatore dovrebbe conoscere ed attuare sembra enorme; è comunque del tutto simile ad ogni altro elenco di competenze e di abilità pratiche necessarie in altre aree di intervento sociale.

Lavorare con le persone colpite da lutto non richiede una particolare o “nuova” tecnica di lavoro, ma semplicemente è sufficiente che l’educatore sia preparato a far fronte ad alcuni fondamentali problemi circa la morte ed il lutto ed a ricercarne le conoscenze appropriate. 24

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1 SCIORTINO A., “Come e perché elaborare il dolore”, in Famiglia Oggi, Cuneo, San Paolo Editore, 1995, 2, p.3

2 ALESSI A., Strappi di vita, Pavia, Bonomi, 1999, pp.101-103

3 Ivi, p.105

4 TAMARO S., Va’ dove ti porta il cuore, Baldini e Castoldi, Milano, 1994, p.15

5 ALESSI A., Strappi di vita,…, p.109

6 Ivi, pp. 110-112

7 Ibidem

8 Ivi, pp.113-114

9 RANDO T. A., Treatment of complicated mourning, Champaign, IL, Research Press, 1993, p.154

10 LINDEMAN E., “Symptomatology and management of acute grief” in American Journal of Psychiatry, 1944, 101, p. 141

11 MARRIS P., Loss and ch’ange, Londra, Routledge & Kegan Paul, 1974, p.202

12 PARKES C.M., cit. in SMITH C.R., Vicino alla morte, Trento, Centro Studi Erickson, 1992, p.39

13 PANGRAZZI A., Il lutto: un viaggio dentro la vita, Torino, Edizioni Camilliane, 1991, pp.41-12

14 PARKES C.M., Bereavement: studies of grief in adult life, Londra, Tavistock, 1972, p. 68

15 LINDEMAN E., “Symptomatology and management of acute grief” in American Journal of…, p.164

16 VOLKAN V.D., cit. in SMITH C.R., Vicino alla morte, Trento, Centro Studi Erickson, 1992, p.44

17 HOROWITZ M.J., WILNER N., MARMAR C. & KRUPNICK J., “Patological grief and the activation of latent self-image”, in American Journal of Psychiatry , 1945, 137, p.1160

18 RANDO T.A., Treatment of complicated mourning, Champaign, IL, Research Press, 1993, p.136

19 RAPHAEL B., A psychiatric model for bereavement counselling,, 1980, p.153

20 SMITH C.R., Vicino alla morte, Trento, Centro Studi Erickson, 1990, pp.114-118

21 CORAZZINI J.G., “The theory and practice of loss therapy”, in SCHOENBERG B., Bereavement Counselling, Londra, Greenwood Press, 1980, p.77

22 SMITH C.R., Vicino alla morte, Trento, Centro Studi Erickson, 1990, pp.119-121

23 RAPHAEL B., A psychiatric model for bereavement…, p.161

24 SMITH C.R., Vicino alla morte,…pp. 129-132

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