//
Interventi d’aiuto

“Nella vita siamo chiamati sempre a scegliere, anche solo se sorridere o chiuderci nel nostro dolore. E, a seconda delle scelte che facciamo, avremo o no la pace nel cuore”. (M. Frankel)

I PERCORSI DEL LUTTO E L’ELABORAZIONE DEL DOLORE

Nella società contemporanea il rapporto delle persone con la morte è uno dei momenti più difficili ed ambivalenti dell’esperienza quotidiana e spesso viene vissuto in modo schizofrenico; mentre da un lato i moderni mezzi di comunicazioni di massa portano nelle nostre case dosi sempre più massicce di violenze, dall’altro la morte dei propri cari è sempre più avvolta da una cortina di silenzio e di pudori imbarazzanti. Per usare le parole di padre David Maria Turoldo c’è uno “scialo di morte pubblica” a cui fa da contraltare la rimozione della morte nella sfera privata. Anche la comunità cristiana vive questa difficoltà nel farsi prossimo ai morenti e ai loro familiari; sono infatti sempre meno efficaci i tradizionali strumenti rituali e consuetudinari che accompagnavano il sistema familiare nei momenti del trapasso e del successivo lutto e diventa sempre più difficile aiutare e sostenere chi viene colpito dalla scomparsa di una persona cara. Perciò diventa rilevante una riflessione sui metodi, sui contenuti e sugli strumenti dell’accompagnamento dei morenti e dei loro congiunti. E’ urgente restituire alla famiglia il suo ruolo fondamentale nell’elaborazione del dolore, della perdita, del lutto, in particolare in una società che rende spettacolo i dolori “lontani” e tenta invece di nascondere e dimenticare il dolore e il lutto che la morte inevitabilmente inserisce nel vivo dell’esperienza quotidiana delle persone.1 Il distacco psicologico da una persona significativa non è uno stato, ma un processo che ha bisogno di tempo per espletarsi. Si parla appunto della necessità di elaborare il lutto, di passare cioè dalla percezione di sé insieme con l’altro alla solitudine, fino al recupero della propria interezza e integrità. Quando il lutto viene elaborato ci si distacca psicologicamente dalla persona scomparsa e si chiude l’esperienza dolorosa della perdita. Questo non vuol dire che ci si dimentica del dolore o del rapporto che c’è stato, anzi, i ricordi interiorizzati del passato sono essenziali per capire e spesso dare un senso al nuovo capitolo di vita che si apre. Il percorso emotivo che solitamente si attraversa in conseguenza di un lutto grave riguarda le fasi che verranno di seguito analizzate, ma non sempre si tratta di un percorso obbligato; non sempre questi momenti si presentano allo stesso modo. Al di là di certi aspetti emotivi ricorrenti, l’osservazione clinica conferma che ogni esperienza nel profondo è diversa dalle altre e che ogni modalità di superare il lutto è estremamente personale. Tuttavia i punti che verranno analizzati danno modo di sottolineare e di indicare alcuni comportamenti che aiutano a superare il dolore della perdita, evitando di farne un’esperienza alienante. La negazione del dolore L’assenza definitiva e assoluta di una persona alla quale si è legati in modo significativo è un’idea che solo con angoscia può essere pensata razionalmente. Infatti molti autori concordano nell’affermare che la morte degli altri suscita paura anche perché ci ricorda la nostra stessa fine. Quando scompare un congiunto può succedere inizialmente che la persona tenda a negare, a non voler riconoscere la realtà di ciò che è appena avvenuto. E’ come se la mente, non potendo sostenere l’angoscia che ne consegue e il rischio della disgregazione, si difendesse non riconoscendo la situazione per quella che è. Si tenta in questo modo di arginare il dolore e il rischio dell’annientamento. Si tratta di reazioni che possono essere manifestate sia dagli adulti che dai bambini ed è chiaro che, in questo caso, parlando di morte ci si riferisce a quella precoce, improvvisa ed inaspettata che non lascia il tempo per un addio graduale.2 In diverse circostanze, alla conseguente perdita di un membro, si struttura in famiglia una strategia generalizzata del silenzio. Tutti sono consapevoli della sofferenza altrui, ma non c’è il coraggio di parlarne e così si mantiene un falso equilibrio che con il tempo potrà dar luogo a pesanti disagi. Gli adulti hanno diversi modi di evitare la manifestazione diretta dei sentimenti e di negare il dolore. Al capezzale del defunto non è raro sentire raccontare ripetutamente e, con dovizia di particolari, la cronaca di come si sono svolti i fatti, ad esempio di come è cominciata a manifestarsi la malattia, delle cure mediche o della dinamica dell’incidente, arrivando a ripercorrere ossessivamente tutte le circostanze che hanno preceduto la morte. Il timore di parlare di sè e di ciò che si vive nel qui ed ora rispetto alla situazione, il disagio dato dal silenzio e dal non sapere cosa dire contagia ben presto tutti coloro che sono presenti. Viene a crearsi un tacito e inconsapevole accordo con l’obiettivo di evitare qualsiasi riferimento chiaro e diretto ai sentimenti di ognuno, in quella particolare circostanza. Anche a più lungo termine, può succedere che gli aspetti pratici e l’esigenza di riorganizzare concretamente e subito la vita familiare predomini rispetto alla necessità di venire in contatto con ciò che si prova e si pensa intimamente. Ecco allora che il genitore aumenta le sue occupazioni, tentando disperatamente di darsi da fare, poiché ritiene o fa finta di credere che le esigenze materiali ed economiche siano aumentate. Solitamente si pensa che questo darsi da fare sia un buon antidoto al normale avvilimento che segue il lutto mentre, probabilmente, il dolore evitato costantemente nel primo periodo può portare ad una reazione depressiva vera e propria. Non c’è, quindi, per queste famiglie il tempo, l’urgenza, spesso la consapevolezza di condividere le tracce emotive lasciate dalla perdita. Tuttavia l’autocensura dei sentimenti non sempre riesce del tutto. Lì dove si crea uno stato di tensione interiore, un’irritabilità di fondo, a causa dello stress del lutto, l’organismo tramuta la sofferenza psicologica in disturbo psicosomatico: il corpo parlerà allora della solitudine, della preoccupazione e del dolore che affligge la persona.3 Perciò è sicuramente liberatorio riconoscere ciò che è avvenuto e sta avvenendo; per quanto lacerante sia, la sofferenza deve essere compresa, accertata e possibilmente condivisa con altri familiari. Quando si è disponibili a parlare del defunto, a ricordare con rabbia, paura, affetto e nostalgia, allora questo è il segno che è iniziato il processo di risoluzione della crisi. Dare parole ai sentimenti Chi subisce una perdita vive la separazione e il distacco dalla persona morta con più facilità se dà voce ai sentimenti che prova. Esprimere le emozioni aiuta chi soffre a non lasciarsi schiacciare da esse; si tratta di dare ordine ai diversi vissuti che si accavallano, connettendo i significati emotivi rispetto a sè, al defunto, alla relazione che non c’è più. Questo è il primo passo per tornare a dare un senso compiuto all’esperienza che si sta vivendo. Rivisitare la relazione avuta nel passato con il defunto è importante per l’oggi e per il domani. Qualche volta, infatti, ciò che aiuta a superare il lutto e dare l’addio alla persona cara, è la rinuncia alla speranza magica di un rapporto migliore con lo scomparso. E’ determinante in questi casi, oltre la perdita in sé della persona, il tipo di relazione che c’era, il modo in cui ci si sentiva insieme e ci si è dati l’addio. Anche Susanna Tamaro in un suo celebre romanzo fa dire alla protagonista “…i morti pesano non tanto per l’assenza, quanto per ciò che- tra loro e noi- non è stato detto”.4 La perdita dell’altro quindi sarà più o meno sopportabile in relazione a ciò che tra essi è rimasto incompiuto, non chiarito poiché, ora, non si ha più la possibilità di un recupero, di un risarcimento o del perdono dell’altro. Non si può più rimediare e questa consapevolezza spinge spesso a sentirsi in colpa, come già osservato. Perciò è importante riconoscere i sentimenti provati, monitorarli, dargli un nome per gestirli al meglio e non farsi trascinare dal turbinio delle emozioni che in questi casi si subisce. Per alcune persone i sentimenti non esistono fino a quando non viene data loro voce e parola, fino a quando non gli viene dato un nome. E’ necessario allora saperli riconoscere, spiegarseli, accettarli per poterli anche superare. Ci si riferisce alla tristezza, alla paura della solitudine, alla preoccupazione di rimanere senza protezione, all’impotenza, al senso di colpa o di rabbia nei confronti dello scomparso stesso e, in alcuni casi, al timore di non sapere sopportare il peso dell’aumentata responsabilità familiare. La perdita di una persona cara può stimolare quindi diverse emozioni. Il sentimento che si vive al presente è la tristezza per la scomparsa, mentre l’eventuale senso di colpa, o il risentimento, si riferiscono a circostanze trascorse, a eventi vissuti precedentemente con il defunto. La paura invece è più spesso relativa all’incertezza e all’insicurezza che il futuro riserva e all’idea di vivere senza l’altro accanto. Accettazione della perdita Accettare una perdita, e il dolore che ne consegue, vuol dire riconoscere, prendere atto del fatto oggettivo che è avvenuto e dei sentimenti e delle specifiche reazioni emotive che interiormente quell’evento ha prodotto. Solo dopo un lento processo di constatazione e riconoscimento della realtà, la persona accetta l’idea di poter vivere anche senza l’altro. Si è, dunque, in presenza del dolore vero che si esprime e diventa utile nel momento in cui chiude e completa una forte esperienza umana. Con il trascorrere del tempo la realtà non viene più contrastata e il futuro lascia intravedere un filo di speranza. Si entra così pian piano in una fase di distacco in cui il defunto viene lasciato andare, non è più trattenuto e la vita viene proiettata di nuovo in avanti. Questo passaggio, che solitamente dura dai sei mesi ai due anni, richiede che si attivino tutte le risorse personali per far fronte alla situazione da un punto di vista realistico e razionale, di presa d’atto delle circostanze specifiche. Quando si molla il filo a cui è ancora appesa la presenza dell’altro (vecchie immagini fisse, ricordi obbligati) il passato sfuma sempre di più, allora, si riprende a vivere nel presente.5 Poiché la reazione al lutto spesso fatica a cambiare, anche ad anni di distanza dall’accaduto, alcuni genitori si rendono conto di quanto sia necessaria una terapia, con l’obiettivo di poter tornare a vivere la realtà del presente. La camera del figlio rimane intatta, i suoi oggetti non sono stati dati via, la biancheria e i libri sono sempre al loro posto; per i fratelli, qualora ce ne fossero, è una stanza tabù. Parlando del figlio i genitori spesso idealizzano “Nessuno lo equiparava per come sapeva essere per ciò che sapeva fare”. Si può immaginare che nel momento in cui riusciranno a ricordarlo semplicemente per quello che era, quello sarà un segno incoraggiante. Il problema è che spesso sembra si crei tra i coniugi una specie di alleanza nel non volersi separare mentalmente dal figlio e anzi, uno rinforza il blocco dell’altro con specifici ricordi. Durante la terapia spesso i genitori si rendono conto della rabbia che covano al proprio interno e diviene chiaro che il loro rifiuto a tornare a vivere e sperare trae origine da quel dolore, per troppo tempo rimasto inespresso. Ecco allora che si pone la necessità di dare voce alla sofferenza, di dare significato a quel senso di inquietudine e rancore che essi hanno dentro. Si sentono defraudati del proprio ragazzo, la rabbia che provano è indirizzata verso tutti e tutto; la società, i coetanei sopravvissuti, i parenti che non comprendono il dolore e, talvolta, anche il figlio stesso che ha “la colpa di essere morto”. Ovviamente questa rabbia è assolutamente disfunzionale allo scopo, visto che il figlio non c’è più e nessuno potrà mai restituirlo. Marito e moglie imparano così a condividere più direttamente le paure e il disorientamento, esprimono i sentimenti di abbandono e di amore, riuscendo a sostenersi l’un l’altro e a spostare maggiormente l’attenzione e le energie verso la realtà a loro più vicina. Dopo questa fase liberatoria essi più facilmente potranno recuperare l’attualità della loro vita, che sarà all’insegna del presente e non del passato; inizia così quel processo di distacco che andrà alimentato dalle mille, piccole decisioni comuni che seguiranno all’insegna del nuovo spiraglio di vita. Il futuro non chiede a questi genitori di dimenticare, come spesso si teme, ma di lasciare andare il figlio; il rimpianto si trasformerà allora in coraggio e speranza. Alcuni tratti e caratteristiche della persona scomparsa vengono naturalmente fatti propri da chi le è rimasto legato; il modello e il ricordo della sua figura continueranno ad influenzarne la vita; ciò non esclude una revisione del rapporto avuto in precedenza, un realistico consuntivo dei pro e dei contro, al di là dell’idealizzazione forzata rispetto a chi se n’è andato.6 Riorganizzazione e reintegrazione Spesso chi perde un figlio non riesce più a riprendere la speranza, non torna più a vivere pienamente. La reazione è quella di cristallizzare la vita, fermandola proprio al momento del distacco e alimentandola solo nei ricordi che il tempo diraderà sempre di più. Così accade che i genitori ritengano che il ricordo doloroso della perdita di un figlio e la sofferenza perenne siano proprio i modi con cui essi continuano ad amarlo: senza quel dolore che di tanto in tanto arriva al loro cuore, cioè al centro del desiderio dell’essere umano, tutto sarebbe finito veramente. Sono quei casi in cui il dolore viene a coincidere con l’amore che si alimenta e vive grazie alla sofferenza perpetua; si tratta di un’equazione che, in un modo o nell’altro, ostacola la piena e completa reintegrazione della persona che ha subito il lutto.7 La realtà, infatti, vuole che l’amore sia indirizzato a persone vive, poiché se da una parte è vero che esso implica spesso anche la sofferenza, dall’altra richiede a gran voce che ci sia una speranza, senza la quale sarebbe appunto un amore illusorio, un sogno. Il superamento del lutto è più facile nel momento in cui si torna ad occuparsi degli altri, a intessere relazioni, ad assumersi nuove responsabilità. La continuità dell’esperienza prosegue; la ripresa della speranza permette di riorganizzare anche la vita affettiva, in vista di un presente che va riordinato e di un futuro che è possibile ancora progettare. Rispolverare vecchi rapporti, far nascere nuovi legami di stima e di amicizia sono segni che indicano un nuovo fiorire della vita. Si ritorna, giorno dopo giorno, a valorizzare il proprio quotidiano e anche l’essere soli diventa più sopportabile. Le attività su cui ci si impegna acquistano nuovamente senso. L’esperienza del lutto è così compiuta. Per non fare della separazione e della perdita un trauma che inibisce la vita, possono essere elencati alcuni punti, come condizione necessaria e garanzia che ciò avvenga. Le certezze che dovrebbero essere fatte proprie, potrebbero essere così sintetizzate: È necessario riconoscere ed accettare le proprie perdite. Va bene esprimere i propri sentimenti. Si può vivere il dolore senza che questo schiacci la persona. Riorganizzare la vita dopo una separazione o una perdita è giusto e possibile. Quando il lutto è risolto il passato non scompare, ma diviene patrimonio dell’individuo, che lo integra con il presente. Grazie alle notevoli capacità che gli esseri umani hanno di adattarsi alle diverse situazioni, anche le più dolorose, si può giungere ad un nuovo progetto di vita che lascia intravedere uno spiraglio di speranza. 8 Sono stati numerosi gli autori che hanno trattato questo argomento e, a proposito, merita di essere citato l’apporto della Rando che ha parlato delle “6 R” nel processo delle fasi del lutto. Per quanto la studiosa si riferisca principalmente alle perdite seguenti un lutto, ciò che però sottolinea è che il suo modello può essere generalizzato ad altri tipi di perdite. FASE DELLA FUGA: Riconoscerela perdita. Questoinclude sia il riconoscimento che una perdita è avvenuta, sia la comprensione in merito al pieno significato della morte e dell’evento luttuoso. FASE DEL CONFRONTO: la persona in lutto deve Reagire alla separazione da ciò che è stato perso. Questo include l’esperienza della sofferenza e la ricerca di appropriate espressioni di tutte le emozioni che la persona prova in quel momento. Durante questa fase è anche necessario Ricordare il defunto e la relazione con lo stesso attraverso il ricordo. Infine, la persona in lutto deve Rinunciare al legame precedentemente esistito con il defunto ed abbandonare quel mondo ovattato che c’era in passato. FASE DELL’ACCOMODAMENTO: include il processo di Riaggiustamento all’interno di un mondo nuovo, senza dimenticare comunque il proprio passato, e di Reinvestimento in una vita significativa.9 Reazioni normali al lutto Per quanto ogni reazione al lutto comporti angoscia e indebolimento del normale “funzionamento” della persona, diversi autori hanno sottolineato come queste reazioni potrebbero essere viste come atteggiamenti normali. Lindeman individuò un modello di reazioni tipiche al lutto descrivendole in termini di: Disturbi fisici Vissuti di preoccupazione accompagnati da pensieri e immagini della persona scomparsa Sensi di colpa Reazioni ostili ed irritabilità verso numerose persone, inclusa la persona deceduta Irrequietezza ed iperattività senza alcun modello organizzato di condotta o senza nessuna capacità di fissare e di raggiungere degli obiettivi10 Anche Marris evidenziò che tra le reazioni più comuni alla perdita si potevano riscontrare: difficoltà nel dormire, deterioramento della salute, perdita di contatto con la realtà, senso di presenza della persona scomparsa, apatia, isolamento da interazioni sociali, ostilità ed irritabilità. Le persone colpite da lutto devono superare la credenza che la loro perdita non sia reale, ma, allo stesso tempo, tendono ad evitare i dati di realtà a causa del dolore e della disperazione che proprio questa realtà comporta. Tendono a rispondere con ostilità ed irritabilità a quelle persone che offrono loro consolazione.11 Parkes suggerisce che il lutto costituisce una perdita di sicurezza che viene percepita come minacciosa e che provoca uno stato di tensione e di allarme. Inizialmente i familiari del defunto possono comprendere la loro perdita ad un livello e contemporaneamente negare la sua realtà ad un altro, mentre la loro ansietà può condurli a porsi l’obiettivo di cercare di recuperare l’ “oggetto” perduto. Egli descrive questa fase come caratterizzata da: allarme, tensione, irrequietezza, senso di preoccupazione con pensieri e immagini della persona scomparsa, attenzione puntata sul luogo in cui la persona probabilmente potrebbe trovarsi se fosse viva in quel momento e così via. Questi sono tentativi di “localizzare” la persona scomparsa, atteggiamenti messi in atto con il tentativo di ricercare e ritrovare ciò che si è perduto. Con la diminuzione dell’attività di “ricerca” del defunto ed un aumento di consapevolezza della realtà della perdita, i familiari in lutto attraversano un periodo in cui i sentimenti di inutilità, disorganizzazione e disperazione diventano prevalenti; le attività abituali ed i ruoli precedentemente definiti in relazione alla persona deceduta, appaiono ridondanti ed inappropriati. L’attività rimane disorganizzata e senza significato fino a quando non vengono sviluppati nuovi modelli di interazione e vengono messi a fuoco nuovi obiettivi di comportamento che, per essere conseguiti, non dipendono più dall’azione reciproca con la persona scomparsa. Gradualmente i familiari riprendono i loro vecchi contatti sociali, sviluppano delle nuove relazioni e definiscono nuovi obiettivi.12 Pangrazzi 13, infine, effettua una precisa analisi delle reazioni tipiche al lutto dividendole in: reazioni a livello fisico: fitte al petto, episodici momenti di panico o soffocamento, mal di testa o sensazioni di forte compressione al capo, insonnia, inappetenza, perdita della forza fisica, senso di irrequietezza, mancanza di desiderio sessuale; reazioni a livello emotivo: shock (che può manifestarsi con stordimento, panico, incredulità e rifiuto), rabbia, senso di colpa, paura, tristezza, depressione. In alcuni casi, nei superstiti, si genera anche del sollievo, reazione che suggella una lunga malattia da cui i familiari escono esausti: in questo caso la morte pone fine ad uno straziante calvario; reazioni a livello mentale: difficoltà a concentrarsi, perdita della progettualità, ricerca della persona perduta; reazioni a livello spirituale: consapevolezza della propria finitezza, illusione di immortalità, ruolo di Dio, ricerca di significato; reazioni a livello sociale: risentimento verso gli altri, senso di non appartenenza, elaborazione di una nuova identità. In caso di morte improvvisa o immatura, comunque, si manifestano con maggiore probabilità le più gravi e prolungate reazioni al lutto; genitori che affrontano la morte di un figlio hanno problemi di adattamento particolarmente gravi, dato che questa viene percepita come perdita immatura, innaturale ed ingiusta a differenza di coloro che, avvertiti di una malattia inguaribile, hanno l’opportunità di fare tutto ciò che possono a favore della persona morente ed evitare così il senso di colpa che può essere associato alla scarsa comunicazione, alle relazioni difficili e a comportamenti non appropriati nel periodo precedente la scomparsa della persona cara. Reazioni atipiche al lutto Per “atipiche” reazioni al lutto si definiscono quei modelli di reazione che non tendono, come ci si aspetterebbe, a diminuire e a moderarsi con il passare del tempo e che interferiscono in modo significativo con il funzionamento personale e sociale, spesso in modo così forte da portare i colpiti da lutto a chiedere un aiuto professionale. Tali reazioni sono state denominate come “patologiche”, “complicate” o “morbose”. Ogni persona interessata ad aiutare le persone colpite da lutto dovrebbe essere consapevole che il recupero dopo il lutto non può avvenire secondo norma; essi dovrebbero perciò essere capaci di individuare i segni di atipiche reazioni di afflizione ed essere sensibili ai fattori che possono accrescere la vulnerabilità del familiare in lutto e renderlo meno capace di far fronte con successo alla sua perdita. I soggetti che soffrono di afflizione atipica esprimono in maniera significativamente maggiore sentimenti di colpa e di autoaccusa ed evidenziano una maggiore difficoltà ad accettare la loro perdita, mostrano una anormale durata dell’afflizione e una inusuale intensità, una reazione ritardata al lutto e attacchi di panico. Come si evince da quanto fino a qui descritto, le reazioni di afflizioni atipica sono strutturalmente simili alle reazioni normali, dalle quali si differenziano perché caratterizzate da una maggiore esagerazione o distorsione così da rendere le persone incapaci di ritrovare l’equilibrio. Parkes 14 individua diverse categorie di afflizione atipica: Il dolore inibito, laddove le normali reazioni al lutto sono assenti oppure espresse in maniera distorta L’afflizione cronica, in cui sono presenti le normali reazioni, ma il loro superamento non si verifica secondo il normale andamento e secondo i normali limiti temporali L’afflizione ritardata, in cui sia la consapevolezza della realtà della perdita che le modalità di espressione del dolore sono posposte e sperimentate con particolare gravità solo in un periodo successivo. A questo proposito già Lindeman aveva evidenziato come la “più impressionante e frequente reazione di lutto patologico fosse il ritardo nel riconoscere ed esprimere il dolore”.15 Durante il periodo in cui il dolore rimane inespresso l’individuo può mostrarsi iperattivo, assumere comportamenti autopunitivi, essere ostile verso chiunque. L’autore sottolinea poi l’esistenza di un particolare tipo di afflizione patologica, il “lutto esteriore”, che può essere individuata in un atteggiamento bipolare, di consapevolezza razionale della perdita accompagnata da una negazione emozionale della stessa realtà, che si può estendere per molti mesi. Questa forma di reazione è stata osservata in quelle persone che “rimangono fissate alle reazioni iniziali alla morte e sono prese nel dilemma della perdita e della restituzione senza riuscire a venirne fuori”.16 Quindi l’atipicità delle reazioni al lutto si manifesta con caratteristiche di cronicizzazione, ritardo, esagerazione o distorsione delle reazioni normali di dolore. Alcune persone possono essere così gravemente disturbate nella loro capacità di mantenere delle relazioni e di comportarsi normalmente in risposta alle aspettative sociali, da richiedere assistenza. Il lutto patologico, quindi, comporta una serie di sintomi che possono essere identificati come non caratteristici di una normale risposta al dolore; è perciò un’intensificazione del dolore ad un livello tale che la persona è totalmente distrutta, attua comportamenti assolutamente privi di capacità adattiva alla situazione o rimane in un interminabile stato di sofferenza senza che ci sia la minima progressione verso la risoluzione della situazione. Il lutto patologico, perciò, comporta un processo che non muove assolutamente verso l’assimilazione o l’accomodamento, ma al contrario, porta spesso ad interrompere qualunque tipo di cura.17 Il lutto “patologico” è dunque quello che, a distanza di diverso tempo dalla perdita, risulta essere distorto ed eccessivo. Questo tipo di lutto deriva dall’incapacità di accettare l’accaduto e le conseguenze si possono avere a livello psicologico, comportamentale e sociale. In questi casi interventi da parte di professionisti sono necessari ed è importante che avvengano anche se, talvolta, la persona colpita da lutto sarà contraria a qualunque tipo di “cura”.18

Menu